I Posteggiatori tristi al Cafè de la Citè di Firenze

una recensione di Luigi Pignalosa

I Posteggiatori tristi al Cafè de la Citè di Firenze

Saper manipolare i misteri del tempo è un’arte antica e complessa.

Era l’arte dei poeti, degli aedi, dei rapsodi che girando di tribù in tribù riportavano alla memoria collettiva le figure ormai mitiche alla base della civiltà, affinché il legame con le origini non andasse perduto. Ed ecco che i Posteggiatori tristi ci hanno avvinto, come moderni rapsodi, facendoci stringere in un cerchio attorno al fuoco della loro arte. Un’arte passionale, scoppiettante, comica e coinvolgente, giocata sul filo del vero e del falso. Si sente, fra le note dei loro strumenti, la preziosa capacità di oltrepassare la mera musica per trascendere in altri reami. Il suono diventa occasione per trasportarci nel regno del passato. Ci trascina nei gorghi del tempo ed ecco che siamo in un Napoli dei primi del secolo scorso, alle radici più incantevoli della civiltà partenopea.

Grazie all’esecuzione precisa e pulita, la magia evocativa popola la saletta del Cafè della Citè di figure d’altri tempi. Dolci innamorati alle prese con pene d’amore, i “guappi” dei vicoli preoccupati della loro immagine, i miserabili sorridenti e soddisfatti della propria semplice vita, gli appassionati amanti traditi. Il turbinio di figure, come dicono loro, “archetipicamente tipiche” riceve carne, sudore e sangue dalla generosità degli artisti che utilizzano tutta la loro energia per compiere il rito che, trasformando loro in canali, ci regala tutta la bellezza di quegli amori e dolori, gelosie e tristezze, gioie e odi. La sapiente scelta di ritmi e sonorità ci culla o ci scuote, con freschezza moderna e guizzante trae questi universali, eterni sentimenti umani, da un luogo misterioso e ci ricorda che sono nostri, che siamo sempre noi, che tutto ciò è dentro di noi.

Ma i posteggiatori tristi non si sono limitati a suonare ed hanno offerto un saggio di arte panoramica, spettacolo integrato con elementi teatrali, spunti comici, colpi di scena, gag e gadget, una polifonia di risorse variegate, miscelate per arricchire e dare profondità e verosimiglianza all’eterno gioco del teatro nel teatro. Realtà o finzione? Il gioco dei piani trova il suo culmine nel momento dello “sponsor”, in cui la famosa Soda Sciarappa diventa l’occasione di una profonda critica all’intero universo manipolatorio dei consumi, dell’arte ridotta a schiava del mercato. Ma questa ribellione, questa critica è ironia, è satira e leggerezza, è ritmo incalzante, è il fortunato spettatore coinvolto, suo malgrado, in una danza forsennata per pubblicizzare un prodotto fantasma che lo trasforma in simbolo perfetto del mondo ingannato.

I posteggiatori tristi, grazie alla performace di venerdì 25 novembre al Cafè de la Citè di Firenze, si consacrano definitivamente come formazione in grado di affrontare qualsiasi pubblico.

Senza dubbio una prova difficile: è cosa nota che il pubblico fiorentino non sia un pubblico facile. Esigente e attento, il pubblico fiorentino pretende dagli artisti una competenza, una capacità di convincere e avvincere che sia fuori dal comune, che superi la normalità. Il fiorentino non si accontenta del ben fatto per sciogliersi in applausi reali e sentiti, volutamente diversi da un cauto applauso di cortesia. Il fiorentino pretende il meglio, vuole l’eccezionale. Ed è per questo che i Posteggiatori tristi hanno il merito di aver conquistato uno dei pubblici più difficili e sofisticati d’Italia. Il legame che la formazione dei quattro posteggiatori è riuscita con grande sapienza a stabilire è fatto non solo di note ma anche di sguardi, di gesti, di espressioni, una coinvolgente armonia di sensazioni. Inondandolo con la propria irrefrenabile ed euforica allegria, sono riusciti a coinvolgerlo, scuotendo la resistenza naturale del toscano. Un tripudio di applausi forti, appassionati, sinceri sancisce il trionfo della serata.

Saper manipolare i misteri del tempo non basta: come i Posteggiatori tristi hanno dimostrato bisogna che il pubblico si lasci penetrare da sentimenti apparentemente lontani e alieni, e sia risvegliata la sopita voglia di ridere, di canticchiare canzoni che non sono della propria tradizione culturale, avvicinando così le culture e spezzando le barriere linguistiche. I fiorentini, benché non sempre capissero il dialetto, hanno sorriso, osservato, cantato, e tenuto il tempo per tutto il tempo.

Informazioni su Luigi Pignalosa

Nato nel sole, cresciuto nel mare, educato dal Cielo, torturato dalla terra. Mi laureo in Filosofia con il massimo dei voti (per quello che significa in Italia). Studio e sviluppo competenze nel campo della comunicazione strategica e dei media digitali. Lavoro come Strategic Communication Planner, Content writer & manager, Web project manager. Da piccolo inventavo i miei giochi perché quelli esistenti erano stati già creati. Il mio motto è "Se proprio devi fare qualcosa, fa' qualcosa che non c'è".
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