“I won’t fuck us over, I’m Mr. November”

ovvero: breve elogio dei The National

Il mio più grande cruccio è di non essere diventato il frontman di un gruppo rock.
Ma sono giovane, ho ancora tempo.
Andrebbe bene anche un gruppo death metal, se qualcuno m’insegna a fare il growl senza tossire per due ore al primo tentativo.
Temo invece di non essere più in tempo per diventare il frontman dei The National.
Chi sono i The National – per chi non li conoscesse – c’è la pagina Wikipedia apposta, oltre la loro pagina ufficiale ed il sito dei supporter italiani.
Se vi è capitato di guardare Warrioril gran film di Gavin O’Connor, ecco, probabilmente avete pianto come me sulle note della conclusiva About Today, che è appunto interpretata dai The National.
 Se non avete ancora visto il film, procuratevelo. Non è un film di guerra (anche se la guerra c’entra) e non è un film di solo mazzate (anche se le mazzate c’entrano). Ma c’entrano anche Moby Dick, i Karamazov e Newton.
Il frontman dei The National si chiama Matt Berninger, nato a Cincinnati nel 1971  – ma a guardarlo lo diresti svedese o giù di lì. Ha gli occhi chiari e la voce profonda. Probabilmente lo vedremo co-protagonista di qualche pellicola indipendente, prima o poi.
I The National sono classificati come gruppo indie-rock. Chissenefrega.
Vestono casual, preferibilmente di scuro, in linea con i “rivali” Interpol ed Editors. Possiamo dire che provengono tutti dalla fertile costola dei migliori Joy Division.
I testi di Berninger sono piccoli racconti minimalisti (per forza di cose). Si parla (spesso) di alcool, solitudine, relazioni non proprio felici. Carver avrebbe apprezzato.
Ascoltateli sorseggiando un Jack Daniel’s una sera che avete litigato con la vostra ragazza; non servirà a farla tornare indietro, ma vi sentirete meno soli in questo triste, assurdo mondo.
Se non avete il Jack Daniel’s, riconsiderate la vostra vita negli ultimi quindici anni.
Alzate il volume finché i bassi non vi solleticano il cuore.
Pensate alla morte dei fiori. Al sole che si inabissa nell’oceano.
Al sorriso di perla di ragazze dalla pelle bruna su marciapiedi di città lontane.
Allentate un po’ il nodo alla cravatta.
Lasciatevi andare. Non siete eterni. Lasciate fare agli uccelli che cinguettano sui davanzali.
Chiudete gli occhi. Diventate invisibili.
Almeno per il tempo di una canzone.

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