Europa o Nazioni? Il Monti-bis di Casini, i no di Pietro e Lega, il boh del Pd e il solito Berlusconi del PdL

Europa sì, Europa no….

In questi giorni è una questione calda: è meglio rinforzare sempre più l’Europa favorendo una sempre maggiore centralizzazione dell’organizzazione finanziaria e politica oppure è meglio interrompere il processo di unione e iniziare una lenta marcia indietro per restituire autonomia alle nazioni che formano l’Europa?

Domanda questa che sembra suscitare molte polemiche. Di sicuro troppe persone vogliono dare facili risposte, dando per scontata sia l’una che l’altra soluzione. Cerchiamo allora di ragionare un po’ e vedere se si riesce ad avere qualche elemento di riflessione che possa non dico rispondere ma almeno contribuire a formare un’opinione intelligente.

L’Europa unita non è il frutto di una tendenza culturale e sociale autogenerata nei popoli che la compongono, non è quindi una creazione che esprime lo spirito dei popoli. Anzi, è il frutto di un accurato lavorìo di un gruppo di forze interessate, da molti anni, a creare condizioni diverse da quelle in cui l’Europa (o meglio i cittadini europei) si trovava nel dopoguerra. Tra queste forze spiccano i banchieri e i possessori di grandi capitali. Le forze politche che hanno favorito questa lenta ma inarrestabile unione di interessi fra le nazioni europee sono forze indirette, ovvero non nascono per elezione popolare, ma sono state istituite dai poteri finanziari che miravano all’unione, come la Commissione Trilaterale o il Bilderberg Group. Stiamo parlando di processi iniziati più di cinquant’anni fa, e non degli attuali sviluppi. Oggi sembra scontato per le forze politiche nazionali avere una precisa posizione e il nostro Parlamento Eletto è diviso fra forze filoeuropee capeggiate da Casini (che addirittura propone il suo Monti-bis), e forze anti-europee, in prima linea Di Pietro, la Lega e i comunisti.  Ma non dimentichiamo che ormai il grosso è già fatto. Negli ultimi cinquant’anni forze operanti al di fuori della politica hanno favorito, inizialmente solo insinuandosi nella politica e mano a mano in modo sempre più esplicito, la creazione di questi interessi comuni. Quindi oggi l’Europa (come intrico di interessi comuni) è un dato di fatto difficilmente eludibile.

Cui prodest?

Oggi si parla di economia mondiale e di interessi comuni, Euro-zona e Banca Centrale Europea. E si parla di un non ben definito disastro che, se le cose dovessero peggiorare sulla scia della crisi mondiale, colpirebbe l’Europa. Ciò che sembra chiaro di questo disastro è che tutta questa grande organizzazione non riuscirebbe a resistere e collasserebbe. In nome di questo rischio viene richiesto alla popolazione di sopportare una politica di austerity che servirebbe a diminuire il debito pubblico e mantenere lo status quo.

Quindi il primo elemento da considerare per crearsi una propria opinione è proprio questo: se l’europa collassasse ci sarebbe un disastro, ma nessuno dice (o sa definire) in cosa consisterebbe esattamente questo disastro.

Chiunque conosca la natura privata della Banca Centrale Europea e abbia studiato il nuovo sistema (post lira) di distribuzione del denaro agli stati sa che il debito pubblico cresce molto più del PIL non solo perchè la crisi ha arrestato la crescita, ma anche perchè dobbiamo pagare gli interessi sulla moneta che lo stato italiano prende dalla banca centrale. Il brutto di questa faccenda è che questi interessi fissi che noi come cittadini paghiamo, vanno nelle tasche private dei proprietari della banca centrale. Cioè, in parole povere: oggi ogni cittadino europeo paga tasse al suo Stato e queste tasse vanno in parte allo Stato stesso (e questo le rimette – o almeno dovrebbe rimettere – in circolo a beneficio del popolo), ma una parte (gli interessi) arriva nelle tasche dei privati banchieri che ci offrono il servizio di darci la moneta. E la contraddizione del sistema è semplice (al di là dei tanti e difficili dettagli tecnici ed economici): il diritto di coniare moneta è il diritto dello stato (collettività) di determinare il proprio valore (il denaro cartaceo vale per credito, per fiducia), mentre oggi è un privato (BCE) che ha il diritto di determinare il credito delle collettività (stati) che hanno stipulato il patto economico.

Quindi ecco un secondo elemento da tenere in considerazione: Europa unita (Euro) significa che i popoli pagano (interessi) a dei banchieri privati (BCE) per poter avere credito (moneta, Euro). Ovvero, i politici che hanno favorito l’ingresso dell’italia nell’europa hanno (senza referndum o richieste al popolo) deciso di alienare un diritto della nostra collettività pubblica (stato) per regalarlo (davvero un gran dono) a dei privati.

Quindi tornando alle polemiche che riscaldano il nostro autunno politico, vediamo oggi alcune forze che ritengono sia meglio uscire dall’Euro e dall’Europa unita ed hanno alcuni esponenti che tentano di spiegare perchè sarebbe un bene, anche con argomenti e studi raffinati (vedi ad esempio La dittatura europea di Ida Magli) mentre vediamo, per contrasto, altre forze (al governo, attualmente) che fanno di tutto per convicerci che gli altri sono dei pazzi e che uscire dall’Euro sarebbe la rovina per tutti. E, in questa posizione, sono anche i maggiori canali di informazione che ci propinano quotidianamente una buona dose di fiducia europeista. Chi prova a mettere in discussione lo status quo raggiunto dai filo-europeisti viene tacciato di follia o di incapacità di capire quanto sia assurda l’idea di uscire da questa “casa comune” (così amano definirla gli europeisti) e che una tale uscita sarebbe la rovina.

Ma è proprio questo il punto. Rovina per chi? Ci interessa mantenere lo status quo? Dipende, dipende da chi siamo. Se siamo dei ricchi industriali o degli speculatori finanziari o membri milionari di grandi aziende e amministratori delegati di società con milioni e milioni di euro di capitale, forse sì. Infatti chi perderebbe qualcosa, in caso ci fosse un tracollo dell’euro? Sicuramente loro perderebbero tutto. E infatti sono loro ad essere maggiormente impegnati nello sforzo di proteggere i loro interessi, mantenendo e rafforzando il potere centrale europeo.

Poi gradualmente ciascuno perderebbe qualcosa di via via meno importante. Molti perderebbero il lavoro, a causa della chiusura delle fabbriche e delle aziende di servizi, molti altri perderebbero denaro e investimenti, molti vedrebbero crollare il valore dei propri beni immobili. Certo, tutti perderebbero qualcosa ma questo potrebbe anche portare a qualcosa di nuovo e migliore, come è accaduto all’Argentina e come testimonia questa importante puntata di Report del 22 Aprile 2012 (dell’Argentina in particolare se ne parla a partire dal 50° minuto).

La puntata ve la consiglio caldamente, spiega molto bene quello che in questo articolo è dato per assodato (come funziona tutto il gioco di potere che ha portato al crack finanziario delle banche in america, cos’è la Tecnocrazia, perché la legge sul pareggio di bilancio è una restrizione antidemocratica, le varie operazioni della Commissione Trilaterale, gli interessi finanziari dei privati della BCE, l’intrusione dei banchieri nella vita politica, il rischio per la democrazia, etc..)

Un chilo di carote o un tuffo in piscina?

Ma il punto cruciale è: vale di più quel qualcosa che ciascuno perderebbe o vale di più la libertà di eleggere un proprio parlamento e avere una moneta autonoma che esprime il valore di una nazione? Vale di più un lavoro o vale di più la possibilità di autodeterminazione dei popoli? Il brutto di questa faccenda è che non si scontrano interessi che si possono pensare sullo stesso livello, ma si scontrano interessi materiali con interessi ideali. Da un lato la ricchezza, dall’altro la libertà.

Quindi il terzo elemento di riflessione è questo: in gioco non ci sono due beni o due valori (nel qual caso ci troveremmo a scegliere fra enti omogenei), ma a dei beni si oppongono dei valori.

Disastro o democrazia? Andando verso le elezioni…

Alcune forze politiche sembrano sensibili al grande disastro che, in caso fossero interrotti gli sforzi di costruzione dell’europa, travolgerebbe gli italiani e gli altri popoli europei. Altre forze sembrano più sensibili all’autonomia nazionale e al mantenimento della libertà democratica. Non c’è certo una soluzione semplice. In ogni caso ciascuno è chiamato, date le imminenti elezioni, a scegliere di dare il proprio voto anche considerando anche questo aspetto. Di sicuro però non è corretto fare come sta facendo l’informazione di stato (vedi telegiornali e testate filo-governative e filo europeiste) che cerca di dipingere come nazionalista e distruttivo (evocano lo spettro del totalitarismo nazista… addirittura!!) chi non apprezza molto lo sforzo europeista – che si affannino pure a proteggere e potenziare i propri interessi economici, però non dicano che è pazzo chi non è d’accordo. Quindi altro dato di fatto da tenere in considerazione per ragionare e farsi un’opinione autonoma è, paradossalmente, proprio questo: da parte degli europeisti grandi sforzi di propaganda vengono effetuati per creare un’opinione di massa.

Diventa perciò importante valutare come vengono effettuati questi sforzi e come lavora questa propaganda. Giocano prevalentemente su  due fattori: il primo è ridicolizzare l’avversario (e non sulla logica degli argomenti ragionevoli). Questo primo fattore non solo è molto scorretto (eticamente) ma è anche pericoloso (per il popolo) perchè inceppa il ragionamento, ovvero fa in modo che le persone non si pongano in un’ottica di analisi razionale e respingano le posizioni anti-europeiste senza averne neppure capito i motivi.

Il secondo fattore è invece di ordine razionale: il disastro. Infatti è sicuramente vero, se collassasse l’Euro, sarebbe un disastro. Però c’è da dire che, come avevamo già acquisito, nessuno può sapere con esattezza chi verrebbe colpito maggiormente dal disastro (gli unici certamente colpiti e affondati sarebbero loro stessi) e chi invece potrebbe addirittura trarne vantaggio. Riguardo al fattore disastro c’è poi da aggiungere un breve argomento (che di solito viene omesso). Infatti entrambe le posizioni nascondono sia un possibile disastro che un possibile esito felice.

Logica, ovvero tutte le possibili combinazioni

Europa no: l’esito felice sarebbe il ritorno ad una autonomia nazionale  e consentirebbe al popolo di avere un vero valore elettivo, ovvero di scegliere democraticamente la propria classe politica e, di conseguenza, la propria politica economica. Il disastro, d’altro canto sarebbe, come dicono gli europeisti, un crollo dell’economia che porterebbe grande povertà materiale a tutto (o a loro? boh..).

Europa sì: l’esito felice (già dipinto in tutte le menti dalla propaganda) è noto: condizioni economiche superiori al resto del mondo, benessere materiale per tutti gli europei. Ma il disastro? Ecco cosa si delinea dietro, l’ombra inconfessabile di una centralizzazione del potere così vasta: la dittatura. La possibilità che dei privati (BCE o altri poteri finanziari) riescano a organizzare le cose per poter dirigere i destini di milioni di persone (i popoli) senza che questi abbiano la possibilità democratica e politica di intervenire per cambiare i percorsi tracciati dai capitalisti privati (ovvero i percorsi che portano chiaramente benefici maggiori ai capitalisti privati). Inoltre tanto potere centralizzato, se non è frutto della democrazia e quindi non ne segue la logica, potrebbe far perdere facilmente la testa a chi questo potere deve gestire. Il popolo a quel punto non avrebbe meccanismi per difendersi dalla follia.

Perciò l’ultimo elemento di riflessione che può aiutare a capire a chi dare il voto alle prossime elezioni è questo: non bisogna dare per scontato che una posizione sia legata al disastro e l’altra ad un esito felice, ma bisogna valutare quale disastro è peggiore se la posizione vincente finisce male e quale è il beneficio più importante che l’una o l’altra posizione porterebbe se vincesse. Che ne pensate?

Informazioni su Luigi Pignalosa

Nato nel sole, cresciuto nel mare, educato dal Cielo, torturato dalla terra. Mi laureo in Filosofia con il massimo dei voti (per quello che significa in Italia). Studio e sviluppo competenze nel campo della comunicazione strategica e dei media digitali. Lavoro come Strategic Communication Planner, Content writer & manager, Web project manager. Da piccolo inventavo i miei giochi perché quelli esistenti erano stati già creati. Il mio motto è "Se proprio devi fare qualcosa, fa' qualcosa che non c'è".
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