Filosofia del gioco | Il Conflitto e il Gioco

Nota: Questo articolo è parte di un percorso filosofico, se vuoi farti un’idea generale vai alla mappa del percorso per una possibile filosofia del gioco oppure vai all’indice degli articoli sulla filosofia del gioco per iniziare il tuo viaggio.

Premessa

Cosa c’entra il conflitto con il gioco? La risposta a questa domanda è difficile. Forse è più facile porsi un’altra domanda, più semplice. Il conflitto c’entra col gioco? Ecco, qui forse si può rispondere, con più semplicità: “Sì, c’entra”. Ma come lo dimostri? Per ora è un’intuizione, forse proseguendo sarà più chiaro.

“In verità vi dico: se non vi convertite e non diventate come piccoli fanciulli, voi non entrerete affatto nel regno dei cieli.”[1]

Il conflitto

La prima domanda a cui dare una risposta è: la nostra società può essere definita pacifica oppure è più adeguato dire che essa è in conflitto con se stessa? E noi stessi, siamo esseri equilibrati e armonici o siamo sconvolti da frequenti e ripetuti conflitti interiori o con altri individui? Se si ammette l’esistenza del conflitto (che è un’evidenza e non richiede dimostrazione) e il fatto che siamo in conflitto tanto come individui che come società, allora bisogna domandarsi: che ruolo svolgo io, nel conflitto?

Di fronte ad un qualsiasi conflitto ciascun uomo può tanto schierarsi fra coloro che acuiscono il contrasto, può rimanere indifferente oppure può fare del suo meglio per pacificare, ovvero favorire una condizione di pace.

Tutti vorremmo credere di essere dei pacificatori. Tuttavia è davvero così? Difficile dirlo senza rischiare di mentire. Perciò è forse meglio prendere un altro sentiero. Assunto che il conflitto c’è e noi siamo coinvolti in qualche modo, ragioniamo prima sugli effetti del conflitto.

L’effetto del conflitto: i bambini cancellati

Se si è d’accordo che la nostra società è in conflitto, anche aspro, si dovrà concedere che il conflitto, inevitabilmente, genera delle vittime. Se dunque si è fra quelli che vogliono cercare di mettere pace in una società conflittuale, è necessario porsi questo problema. Il primo effetto di questo acceso contrasto degli esseri umani – contrasto riscontrabile a tutti i livelli – è che i bambini dell’uomo soffrono sempre più. Le prime vittime sono i bambini. Pertanto, se si vuol avere un ruolo attivo nel conflitto, verrà naturale pensare di voler difendere i bambini. Questo è il problema centrale.

Perchè la priorità è difendere i bambini? Innanzitutto perché i bambini sono il futuro. Nel suo celebre film La vita è bella, Benigni, con impeto filosofico, ricorda che contrariamente all’opinione comune…

Il mondo lo abbiamo avuto in prestito dai nostri figli e non in eredità dai padri ”.

Idea forse molto antica ma sempre attuale – basta pensare al principio di responsabilità di Hans Jonas – ma ho scelto Benigni (e non Jonas) perché un poeta comico affronta il tema denunciando la boriosa serietà del mondo “adulto”. Infatti da un punto di vista unicamente serio nasce solo la disperazione che rende inerme il pensiero, mentre da una prospettiva poetica è possibile riflettere per immagini. E allora vediamo un immagine che conserva un concetto.

Il presente è quindi simile a… una valle circondata da alte montagne, al centro vi sono molti bambini; stranamente gli adulti non giocano felici con loro; ecco, sono asserragliati sui crinali dei monti, e sembrano terrorizzati da chissà cosa, c’è terrore che genera conflitto, si scagliano rocce e macigni l’uno sull’altro. Ma molte di queste rocce finiscono per rotolare sul fondo, schiacciando e maciullando gli inermi fanciulli più in basso. Addirittura a volte si vedono alcuni che scagliano rocce appositamente in fondo alla valle per divertimento, altri le scagliano sulle montagne stesse, provocando frane incontrollabili; altri ancora si lasciano rotolare con le rocce, impazziti, e come forsennati finiscono per cadere giù, morendo insieme con chi capita. Ma alla fine è il campo di bambini morti che attrae la nostra attenzione.

L’obiezione: la nostra civile civiltà ha innalzato il bambino

I bambini, oggi come sempre, pagano il prezzo dell’egoismo di noi “adulti”, e pagano ovviamente il prezzo più alto di tutti. Si potrebbe sollevare un’obiezione: mai una società è stata così civile quanto la nostra. L’immagine proposta non è quindi reale, è solo una fuorviante e catastrofica visione dell’autore. Ma io parlo di un conflitto mentale, non fisico. Sicuramente i bambini di oggi sono molto più sicuri (almeno quelli occidentali) dei bambini del passato. Tuttavia l’immagine del conflitto che produce crolli che schiacciano i bambini è riferito ad un meccanismo invisibile, mentale. Anche su questo piano si potrebbe obiettare. Sostenere oggigiorno che sia necessario difendere i bambini può sembrare anacronistico. È infatti cosa nota che gli ultimi due secoli sono stati proprio quelli in cui il bambino e l’infanzia sono stati sollevati dal grado di mezzi-uomini o uomini incompleti, a esseri umani dotati di un cospicuo carnet di diritti. Grazie allo sviluppo del pensiero degli ultimi secoli è emerso che il fanciullo è umano quanto l’adulto, abita il mondo a pieno titolo e lo abita in un modo tutto suo, un modo unico e specifico. Oggi è considerato un arrogante chi ritiene che l’infanzia – reale o concettuale – debba essere pensata esclusivamente in relazione all’adulto. Ecco allora che si può salutare con ottimismo il recupero moderno da cui emerge che né il bambino deve essere solo una funzione dell’adulto né viceversa l’adulto deve essere in funzione dell’infanzia (come accade talvolta a chi estremizza una rivalutazione del bambino). Il desiderio di ristabilire l’equilibrio è sicuramente oggi espresso nella ricerca – scientifica e umanistica – che, mai come nel nostro evoluto ventunesimo secolo, è ricchissima di strumenti teorici per l’educazione delle future generazioni. Dunque, è proprio vero che difendere i bambini è ancora un problema centrale? Non è un problema già superato? Quale sarebbe il pericolo? Da chi o cosa dovrebbero essere difesi? Non si è appena detto che la ricerca scientifica ha rivalutato l’infanzia e l’età dello sviluppo? Il mondo è dunque davvero simile alla valle già descritta oppure l’immagine è una forzatura ingannevole?

La violenza sottile

Sebbene la nostra civiltà è sempre più avanzata dal punto di vista della conoscenza, della scienza, insomma della teoria, in pratica l’esperienza reale dimostra invece una sottile recrudescenza del rapporto fra adulti e bambini. Quando dico “sottile recrudescenza” voglio intendere un fenomeno apparentemente poco visibile, anzi sulle prime quasi invisibile (è infatti socialmente ben mascherato) e che tuttavia si manifesta agli occhi di chi osserva con attenzione. Se già osservando le zone povere del pianeta potremmo parlare della prostituzione sempre più pedofila, della criminalità sempre più minorile come anche il lavoro nero, del mercato di bambini, o ancora delle droghe assunte sempre più anzitempo, oppure del plagio dottrinale e mistificato che essi subiscono dai media, d’altro canto osservando i bambini dei paesi ricchi possiamo tutti constatare il linguaggio sempre più televisivo e mediatico, il gioco sempre più telematico, virtuale e solitario, il divertimento sempre più violento, la concentrazione sempre più assente e gli umori sempre più lunatici, la cultura sempre più frammentaria e aleatoria.

Quindi in effetti, sebbene la società moderna goda di una sempre maggiore conoscenza teorica, in pratica è attraversata da una forma di ignoranza che dilaga e che infine si tramuta in oppressione e distruzione delle qualità specifiche dell’infanzia, nella cancellazione della sua essenza. Ed è di questo genere di violenza che parla l’immagine. Il conflitto, infatti, produce una continua distruzione dell’essenza bella del bambino. E per dimostrare questa affermazione con esempi basti pensare al fatto che i nostri bambini non possono più avere spazi pubblici liberi (hanno parchi recintati), hanno sempre meno momenti di libera collettività non strutturata (la scuola è strutturata), il mondo è pericoloso per loro e glielo concediamo solo quando sono ormai adulti. Il mondo, in pratica, non è un posto adatto ai bambini. E questo quando è accaduto? Quanto è grave? Domande difficili. Altri esempi possono essere tratti pensando alla foga con cui molti genitori si affannano a rendere “eccellenti” i loro cuccioli. Corsi di danza, di calcio, di tennis, di inglese, di computer, di canto, di ballo, di questo, di quello. Non lasciano che i bambini siano liberi di essere solo bambini che giocano. Non è questa forse una violenza nei loro confronti? Oppure i bambini usati come strumenti dei genitori separati (per ferire l’ex) o bambini usati come contenitori delle proprie frustrazioni… Insomma, a ben guardare, il concetto chiave non può essere evitato: forse è vero che il nostro mondo moderno è violento nei confronti dell’essenza dei bambini.

Il sacrificio dell’infanzia in nome del proprio scopo

Mai, in tutta la storia dell’umanità, i bambini sono stati sottoposti alla violenza perpetua che patiscono oggi: l’indifferenza dell’uomo reale e la compagnia sempre più invadente della televisione-mamma, televisione-papà, televisione-amico, televisione-baby sitter, televisione-scuola, televisione-mondo. Forse, proseguendo su questa scia, per ogni vecchia divinità pagana troveremmo un esempio di cosa gli uomini del duemila fanno ai loro figli. I poeti infatti riportano che fin dai tempi più remoti dell’umanità, le creature sovrannaturali chiedevano i fanciulli come sacrifici per esaudire i capricci degli adulti, ed ancora risuona inascoltato il lamento di Ifigenia, sgozzata dal demone del padre Agamennone, che voleva a tutti costi la sua Ilio. Tale violenza forse ha origine nell’incapacità di godere dell’esperienza di reciprocità con l’infanzia (si cerca di far diventare adulto il bambino), forse è una mancanza di sensibilità, una carenza nella capacità di ascoltare e osservare. Qual’è la causa di questo fenomeno? Difficile dirlo, e non è adesso il caso perché ci porterebbe lontano dal percorso sulla filosofia del gioco. Tornando infatti al punto, è importante lasciare il preconcetto del benessere dei bambini e far emergere un concetto nuovo: è lo stridore del mondo adulto, la violenza, la conflittualità di cui lo abbiamo accusato, e con essa anche la sua comicità.

Infatti (e scusatemi la digressione) a ben pensare l’obiezione ha un lato di verità. Sicuramente è vero che il mondo moderno si è affaticato tantissimo per migliorare le condizioni dei bambini. Ma la comicità nasce dal fatto che al fianco del sempre più immenso patrimonio di teorie, di conoscenze di scienziati e scienze per l’infanzia, nello stesso tempo i nostri bambini sono nella pratica oppressi e colpiti nei modi sottili e invisibili a cui ho brevemente accennato. Che assurdità! Una civiltà che ha immense conoscenze e contemporaneamente accetta il massacro mentale di coloro a cui tale conoscenza è destinata!

Il nostro tempo mostra un uomo febbricitante. L’uomo moderno aspira sempre più in alto: vuole espandere la sua egemonia, vuole abbandonare la terra per nuove stelle e pianeti, vuole il segreto ed il potere sulla vita, vuole il controllo economico globale, vuole le ricchezze senza conseguenze, vuole replicarsi in un intelligenza artificiale o vuole clonare se stesso, vuole l’immortalità. Certo, dopo tutto ciò rimane veramente poco tempo per giocare con i bambini, miseri mezzi-uomini. Per questo è facile sacrificare l’essenza del bambino, in nome del proprio scopo. L’essenza del bambino non cerca né denaro, né potere, né fama, e non comprende la mentalità meccanicistica e utilitaristica. Ciò che accade all’infanzia dell’uomo del XXI secolo è qualcosa di innominabile, di indicibile, qualcosa che dovrebbe suscitare il più immenso sdegno, il più acceso furore eroico e cavalleresco di amor degli indifesi, il più vivo senso di conservazione della propria stessa vita. Eppure molti adulti continuano il loro personale volo pindarico senza badare a queste cose, lanciati a tutta velocità sul binario del profitto-progresso.

Il male, la libertà, la lotta fra finito e infinito

Voglio precisare, circa queste affermazioni molto pesanti, che non intendo indicare genericamente che c’è il male nel mondo. Questo già si sa. Tuttavia è fondamentale constatare che nella lunga storia dell’umanità esso sembra tendere a colpire sempre più duramente proprio i bambini. Se è vero che i nostri bambini sono sotto una strana offensiva, cosa ci spinge ad essere così contraddittori ed indifferenti? Perché la teoria e la pratica non si accostano? Perché dunque – e questa è la domanda centrale – l’uomo adulto sembra odiare il bambino? Perché sembra voler cancellare sempre più proprio l’infanzia?

Proprio per opporci risolutamente a tutto questo diremo che ciò che accade all’infanzia della nostra specie, ai bambini dell’umanità, non è fatalità né caso, non dipende dalla natura né dal corso materiale del mondo ma è conseguenza della libertà di cui l’uomo maturo dispone e dipende dalla valutazione che molti riservano all’essenza del bambino. Se ciò da un lato è amaro, poiché implica la nostra grande responsabilità (sociale ma anche individuale), dall’altro è proprio qui che è possibile la fondazione dell’opera del pensiero: se non ci fosse la nostra responsabilità e se il male non fosse un effetto della nostra libertà non avrebbe senso parlare o pensare, sarebbe meglio tacere e dimenticare ogni teoria. Non potremmo infatti fare niente. Proprio perché invece può dipendere da noi, allora può esserci una libera scelta per invertire la tendenza, si può risolvere, almeno individualmente, questa condizione di conflitto che si traduce in aggressione ai bambini. C’è chi sostiene che l’uomo non sia affatto libero ma se è tolta la libertà dell’individuo è tolta anche la responsabilità individuale o sociale. Sostenere che l’uomo non sia libero dipende inevitabilmente dalla visione del mondo (Weltanschauung) di ciascuno. Parlare di libertà è dunque possibile solo all’interno di una cornice genuinamente filosofica: la nozione di libertà inevitabilmente chiama in causa il rapporto fra sistema e caos, fra regola e interpretazione, fra obbligo e scelta, legge e soggetto, tra limiti e volontà, insomma tra finito ed infinito. Questo sarà l’asse filosofico di tutta la ricerca. Infatti c’è qui la possibilità di far emergere un concetto che ci sarà molto utile: possiamo leggere il conflitto in generale (cioè soprassedendo sulle singole cause contingenti di conflitto) come un fenomeno che nasce da un problema di superamento del limite: l’uomo tende a vedersi come illimitato, tende a rigettare il limite e pertanto entra in conflitto con qualcuno che percepisce quel superamento come un’invasione del proprio “territorio” o ambito. Il conflitto come rifiuto dei limiti è dunque un concetto chiave, una traccia preziosa da seguire per tutto il resto del viaggio.

Ciò che c’è di buono nel bambino

Da questa riflessione sulla violenza sui bambini (che ho definito sottile poiché non è fisica) può emergere anche un concetto di bambino più accurato. Non tutto ciò che c’è nel bambino è bello. Ma neppure tutto ciò che si oppone al bambino è bello. Spiego meglio. Un bambino sa essere irrazionale, caotico, egocentrico, egoista, capriccioso, pigro. Ma sa essere anche gioioso, umile, altruista. Soprattutto è capace di osservare le cose e riempirle di magia, di fantasia, di immensità, di incomprensibilità senza soffrirne. Nel bambino ci sono istinti positivi e istinti negativi. Allora da un lato è vero che l’educazione (ex ducere) ha un ruolo e che dobbiamo aiutare i bambini a lasciarsi alle spalle alcuni atteggiamenti naturali che diventano negativi per loro stessi e per chi li circonda. Ma nell’urgenza di educare non dovremmo mai cancellare ciò che di prezioso c’è in loro. E soprattutto non dovremmo mai distruggerli a causa dei nostri conflitti. Il conflitto che viviamo può essere infatti letto anche come un derivato della certezza con cui crediamo di capire le cose (altra forma di superamento del limite: superiamo il limite di ciò che è possibile capire e ci arroghiamo il diritto di stabilire che qualcosa è certo). Combattiamo perché riteniamo che ci siano certi e fondati motivi per aggredire qualcosa o qualcuno. E ciò che l’adulto non sopporta del bambino (e perciò tende a distruggere) è il suo saper vedere il mondo con un occhio diverso, meno assoluto, meno sicuro di avere ragione, meno razionale, meno convinto di avere raggiunto la perfetta comprensione. Il bambino sa di non sapere, sa di dover sempre imparare. L‘adulto è in conflitto perché è certo di avere capito qualcosa che lo porta a combattere contro qualcuno che ha capito qualcosa di diverso e incompatibile. Se al mondo esistessero solo bambini risolverebbero i conflitti con una sorta di gioco. Questo perché vedono il mondo con occhi non adulti, non definitivi. E questo modo di vedere è strettamente legato alla tendenza del bambino di vedere tutto come un gioco.

Un abbozzo di relazione fra gioco e conflitto

Ed ecco allora che affiora una parziale risposta alla domanda iniziale: cosa c’entra il conflitto con il gioco? Ebbene, il gioco e il conflitto del mondo adulto sono quasi due poli opposti.  Il gioco pone dei limiti, il conflitto nasce dal rifiuto di un limite. Si crea conflitto lì dove si poteva creare un gioco ma si è scelto invece di andare oltre, in nome di una pretesa razionalità e certezza assoluta.

L’essenza del bambino: un diverso modo di osservare il mondo

Perciò può essere utile, come prossima tappa del viaggio, cercare di lasciarsi alle spalle un’altro preconcetto per raggiungere un nuovo concetto riguardante l’essenza del bambino. Nell’essenza del bambino c’è la tendenza ad essere umili, a saper accettare i limiti senza soffrirne. Questa essenza dipende a sua volta dalla loro prospettiva sul mondo, il loro sguardo sui limiti. Inoltre possiamo aggiungere un’altra cosa. Il conflitto è legato al bambino a doppio filo: in un senso perché il bambino ne è vittima, gli adulti si massacrano e finiscono per creare dolore nei bambini. In un altro senso, forse ancor più importante sul piano filosofico, perché i bambini, proprio tramite quel tipo di sguardo sul mondo, sono l’esempio della soluzione al conflitto, sono una via alternativa e quindi anche una tacita critica, un possibile modo alternativo di soluzione al conflitto che implicitamente deride e mette in discussione la “via adulta”. E gli esseri umani, piuttosto che apprezzare e rivalutare l’essenza del bambino (cosa che li aiuterebbe a non entrare in conflitto e risolverebbe il problema) preferiscono ignorare questo tacito buon esempio e continuare a credersi certi di cosa sia giusto combattere, se non addirittura preferiscono devastare l’essenza del bambino per non sentirsi più criticati e messi in discussione. 

Ripensare l’essenza del bambino tramite l’esperienza del gioco

Se queste cose trovano in noi una visione di realtà, se riusciamo a dare almeno il beneficio del dubbio e far sorgere un concetto secondo cui forse le cose stanno così, allora ecco che abbiamo compiuto un passo. A questo punto, seguendo questo percorso, è naturale cercare di compiere un nuovo passo. Per rimuovere le cause di conflitto bisogna acquisire una prospettiva diversa sul mondo, più simile a quella dei bambini. E per riuscire non basta volerlo fare. Bisogna infatti cercare di ripensare l’essenza del bambino e cercare di capire quanto può esserci utile per migliorare la nostra capacità di evitare una conflittualità assoluta.

Il mondo dei fanciulli (così magico e meraviglioso agli occhi dei grandi) è veramente inaccessibile all’individuo maturo? Un adulto può giocare, può perdere quel “distacco” e quella “serietà” che lo isolano dalla magia dei bimbi, può rinunciare alla sua pretesa “superiorità” senza perdere la propria sincerità e le proprie differenze? E soprattutto: ciò che può fare la felicità dei piccoli, può essere condiviso anche dagli adulti? I bambini e gli adulti possono provare gioia per le stesse cose? Possono essere felici insieme? Stando ai comuni preconcetti sembrerebbe impossibile. Se l’adulto gioca con i pupazzetti, in genere, finge di divertirsi per far felice il bambino. Ma il bambino intuisce la finzione. Il punto è: può un adulto genuinamente divertirsi a giocare con i pupazzetti? Forse sì, a patto di operare qualche grosso cambiamento nella propria visione delle cose. Ma questo cambiamento di prospettiva è la conseguenza, la fine di un processo (percorso), non il suo inizio. Può essere una meta a cui aspirare.

Ritengo che il cambio di prospettiva sul mondo dipenda da una rivalutazione dell’essenza del bambino, ma neppure questa rivalutazione può essere diretta, immediata e teorica (non si può, in pratica, fare un discorso per cambiare la prospettiva). Essa, ragionando, è a sua volta legata alla rivalutazione del concetto generale di Gioco (come forma primaria di espressione dell’infanzia). A sua volta neppure la rivalutazione del gioco può essere diretta ma deve essere empirica, pratica, vissuta. La rivalutazione è un’esperienza.  Allora la conclusione, sembrerebbe, è giocare. No. Bisogna saper giocare in modo genuino e profondo. E questo atteggiamento di gioco si può raggiungere grazie ad un’idea ben precisa di cosa sia il gioco. L’esperienza deve essere vissuta direttamente dal lettore e si dischiude solo se chi gioca è convinto che quel momento abbia un certo valore. L’esperienza del gioco, per essere davvero il passaggio verso una comprensione dell’essenza del bambino, deve essere la concretizzazione di un concetto di gioco diverso dal solito “passatempo”, diverso dal “perdere tempo” dal “poco serio”, diverso insomma dal comune e diffuso concetto (preconcetto) di gioco. Ecco che alcune conoscenze teoriche, in questo senso, possono essere risolutive, si possono raggiungere per via teorica. Il percorso passerà proprio in quelle regioni.

Verso le prossime tappe: punti fermi sul gioco.

La febbre della civiltà dimostra come l’umanità sia sempre più in conflitto con i limiti in cui essa è sorta per natura, e tale conflitto sempre più aspro si ripercuote sui più deboli. L’uomo è in lotta con la propria libertà. In fondo, forse il dramma dell’umanità ha un filo conduttore. C’è una ferita aperta fra l’uomo e l’infinito e questa è la più antica ferita, nata dalla più antica battaglia dell’uomo, è una domanda assillante che ci perseguita in ogni luogo poiché è una battaglia tra noi ed il pensiero stesso, è l’interrogativo all’origine della filosofia stessa. Sebbene indagare circa la libertà come rapporto di finito ed infinito possa sembrare una fatica di Sisifo, non ci arrenderemo, poiché una soluzione – provvisoria, s’intende – alla domanda circa questa relazione rappresenta forse l’unico argine a questo immane conflitto. Non sarà dunque una fatica inutile, per difendere i bambini, ascoltare alcune riflessioni di Schiller, Huizinga, Rahner, Callois, e quanti altri hanno contribuito a fornire una visione filosofica del significato profondo del gioco e delle sue potenzialità. Ci aiuterà a creare un nuovo concetto di gioco. Infatti abbiamo ormai acquisito che c’è una sorta di percorso da compiere: per diventare pacificatori del conflitto si deve capire meglio i bambini, per capire meglio i bambini si deve (re)imparare a giocare con profondità e genuinità, per giocare con profondità e genuinità si deve capire meglio il gioco, per capire meglio il gioco dobbiamo elaborare un nuovo concetto di gioco. Perciò, per elaborare questo concetto nuovo compiremo altri passi: prima Schiller, poi Huizinga, Rahner e Callois. Le riflessioni degli autori proposti si possono considerare i capisaldi della Filosofia del Gioco poiché gettano le basi di un nuovo concetto di gioco.  

[1] Matteo 18:3.

Informazioni su Luigi Pignalosa

Nato nel sole, cresciuto nel mare, educato dal Cielo, torturato dalla terra. Mi laureo in Filosofia con il massimo dei voti (per quello che significa in Italia). Studio e sviluppo competenze nel campo della comunicazione strategica e dei media digitali. Lavoro come Strategic Communication Planner, Content writer & manager, Web project manager. Da piccolo inventavo i miei giochi perché quelli esistenti erano stati già creati. Il mio motto è "Se proprio devi fare qualcosa, fa' qualcosa che non c'è".
Questa voce è stata pubblicata in Filosofia del gioco, Meditazioni filosfiche, Uncategorized e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Filosofia del gioco | Il Conflitto e il Gioco

  1. Pingback: Filosofia del Gioco | Un percorso per una possibile filosofia del gioco | Il lavoro dello scrittore

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...