Scrittura Creativa | Lezioni sulla creazione di mondi fantastici – Frank Herbert – parte 4

La scrittura creativa – costruzione di mondi fantastici – parte 4

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Riflessioni sul linguaggio come strumento di espressione della differenza

Strumenti dello scrittore per esprimere la differenza di un mondo fantastico

Le piante devono conservare l’umidità [..] E gli uomini devono fare altrettanto. Quando si giunge agli uomini, uno scrittore ha due possibilità. Può introdursi nella narrazione, e spiegare direttamente al lettore questi sistemi per sopravvivere. In alcuni casi l’ho fatto anch’io: ho fornito dettagli sulle tute distillanti e sugli altri abiti per il deserto, e ho sottolineato l’importanza di recuperare l’acqua eliminata dal corpo. Però esiste una seconda tecnica, molto più efficace: quella di mostrare indirettamente questi fatti, inserendoli nel ritratto generale della cultura. E per inserirli occorre rivolgersi al linguaggio, perché il linguaggio è la carta geografica della cultura. Quello di Dune è pieno di indizi sul rigore del pianeta, alcuni inventati per l’occasione, altri presi a prestito dalle culture primitive dei deserti terrestri. «La fretta è uno strumento di Satana» (detto arabo). «Il sole è il tuo nemico, la luna la tua amica» (Frank Herbert). E osservate i diversi modi per chiamare il coltello su Dune, le numerose parole che si riferiscono ai vari modi di uccidere con il veleno, gli usi raffinati dell’assassinio. Senza che ci sia bisogno di dirlo chiaramente, vi accorgete che sono elementi molto importanti nella cultura di Dune e dell’Impero. Notate la generale austerità della vita dei nomadi durante le migrazioni, in contrasto con la ricchezza degli arredi nei campi semipermanenti, la decorazione artistica degli utensili di uso quotidiano. Sono indicazioni superficiali di una precisa forma di civiltà. [..] Il retroscena culturale si manifesta negli utensili di uso comune. Notate quante volte, su Dune, il termine «acqua» sia unito ad altre parole che indicano uso o funzione. Il linguaggio è la carta geografica della cultura. L’arabo, per esempio, ha una sessantina di parole per dire «cammello». Basta questa constatazione per capire che importanza rivesta tale animale per la sopravvivenza di un arabo. E non c’è dubbio che un arabo rimarrà altrettanto impressionato dallo spropositato numero di parole che noi usiamo per i vari tipi di trasporto senza cammelli: autocarro, cingolato, carro armato, automobile da corsa e chi più ne ha più ne metta. Queste indicazioni che ci sono fornite dal linguaggio non sono affatto superficiali. Noi conosciamo le parole mediante le reazioni umane che ci comunicano. Registriamo nelle nostre lingue queste reazioni, e a volte seppelliamo le reazioni – i giudizi – nelle definizioni. Poi la lingua procede, e i giudizi originari vengono dimenticati. Ma non per questo muoiono: continuano a esistere in profondità, e, come in una carta geografica, indicano i punti in cui il nostro mondo si è imposto su di noi. Questi sottintesi, presenti nelle nostre parole di uso comune, ci permettono di ricostruire la storia culturale della nostra nazione. Ecco alcuni esempi: Delizia: etimologicamente significa «piacevole alla lingua». Precario: dal latino, «pieno di preghiere». Martirio: dalla parola greca che significa testimonianza. Il martirio nasconde nella sua definizione un costume antico: quello del processo mediante ordalia. Se morivi, eri innocente: «grato agli dèi»; ma se invece superavi l’ordalia, allora, chiaramente, doveva averti aiutato il diavolo, e perciò venivi ucciso subito. Autentico: dal greco, «una persona che agisce per se stessa» e che quindi compie il lavoro bene. «Se vuoi che un lavoro sia fatto bene, fallo da te.»

Questo lungo passaggio del discorso di Frank Herbert ci mette davanti a due strumenti del mestiere fondamentali. Stiamo parlando sempre dell’indagine della diversità, come tema centrale, però specificando come rendere con efficacia la diversità che si riflette nelle cose degli abitanti del nostro mondo immaginario. Herbert suggerisce due metodi, uno semplice e immediato, probabilemnte destinato a eleementi minori o meno affascinanti, l’altro più intenso ed efficace legato agli elementi che daranno il vero succo alla narrazione. Sintetizzando il primo è un metodo esplicit basato sulla descrizione, il secondo è un metodo implicito basato sull’uso del linguaggio (che poi è+ il vero amore dello scrittore) Gli elementi importanti non vanno buttati lì in modo esplicito, ma inseriti come fenomeni del linguaggio del nostro popolo immaginario. Proprio perchè sono importanti, infatti, si suppone che diventino parte integrante del pensiero, della cultura, e quindi del linguaggio. Il linguaggio è il fenomeno prettamente umano e perciò la differenza nei comportamenti umani, si riscontrerà prima di tutto e principalmente nella diversità di linguaggio. Il nostro popolo immaginario non avrà consistenza e profondità finchè non si esprimerà coerentemente con la sua cultura, ma la sua cultura sarà diversa dalla nostra in virtù del contesto mutato. Mai dimenticare questo. E data l’importanza Herbert fornisce anhe esempi per guidarci in queste riflessioni linguistiche. Tuttavia è evidente che questo secondo sistema presenti una maggiore difficoltà che dipende dal fatto che per usare il linguaggio in questo modo dobbiamo avere già chiare, in mente, almeno una serie di conseguenze psicologiche e sociologiche che la differenza ha provocato nel nostro popolo. E per averle chiare, avremo dovuto riflettere molto sulla psicologia individuale, sulla cultura nelle sue varie forme, sulla sociologia, etc.

Ecco le regole corrispondenti.
11) Nell’indagare la diversità possiamo usare uno strumento diretto e inserirci esplicitamente nella narrazione per spiegare gli elementi di diversità (strumenti, leggi, atteggiamenti, etc..).

12) Per prepararci a poter usare uno strumento più evoluto dobbiamo immaginare, fantasticare, riflettere su quali conseguenze si producono nell’animo umano del nostro popolo immaginario, tanto come individuo, tanto come società e cultura, in base alle differenze del contesto.

13) nell’indagare la diversità, se abbiamo riflettuto, possiamo usare uno strumento indiretto e più efficace (ma più difficile): far trasparire la diversità nel linguaggio.

14) per far trasparire la differenza nel linguaggio, dobbiamo riflettere su come si modifica il linguaggio, tanto per le singole parole, gli usi linguistici e le forme di pensiero dei nostri personaggi.

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Informazioni su Luigi Pignalosa

Nato nel sole, cresciuto nel mare, educato dal Cielo, torturato dalla terra. Mi laureo in Filosofia con il massimo dei voti (per quello che significa in Italia). Studio e sviluppo competenze nel campo della comunicazione strategica e dei media digitali. Lavoro come Strategic Communication Planner, Content writer & manager, Web project manager. Da piccolo inventavo i miei giochi perché quelli esistenti erano stati già creati. Il mio motto è "Se proprio devi fare qualcosa, fa' qualcosa che non c'è".
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